Vibrazioni simmetriche 


Un fremito simile ad una luce remota, blu e dolce mi ha ricordato il tuo sguardo nei miei momenti più preziosi.

Ho pensato che vorrei essere io a chiuderti gli occhi per guardare il tuo corpo dormire indifeso e proteggere tutti i tuoi sogni. 

Io non ti conosco,  ma vorrei che tu mi rubassi il cuore e lo portassi con te nel buio profondo di ciò che qui si chiama amore. 
Se venissi da me
e mi prendessi per mano
forse il mio cuore leggermente diverso
potrebbe illuminare i tuoi occhi così stanchi e lontani. 

Sì, se ti addormentassi tra le mie braccia, i miei baci nel sonno ti farebbero risvegliare altrove. 
Non importa per quanto, cosa importa il tempo? 
Il tempo esiste solo per quelli di città ma
noi siamo creature estranee. 

Ferma all’orizzonte degli eventi, posso sentire la vaga armonia di quell’attimo impossibile tutto nostro, bello come l’intreccio del tuo corpo con il mio. Perfetto come la mia testa abbandonata sulla tua spalla.   

Ma nulla si crea e nulla si distrugge, cosi l’onda delle vibrazioni simmetriche delle nostre anime innamorate risuona nello spazio come una musica eterna che attende il nostro ascolto. 

Inquietudine

“Siamo cambiati” diceva Fernando Pessoa in una bellissima poesia che mi è capitata oggi tra le mani: “Lisbona torno a rivederti, ma io non mi rivedo. torno a rivederti, ma io non mi rivedo.”

Neanche io mi rivedo da nessuna parte. Nessun passato. Nessun futuro. Ciò che sta in mezzo non è davvero presente se io non sono presente. E non lo sono. Inizio a sognare ad occhi aperti e mi ricordo di avere Il Libro dell’Inquietudine nascosto nell’armadio… Un libro di seconda mano acquistato durante una delle tante fughe fatte nel tentativo di potermi incontrare. Sommerso nel mio disordine quotidiano, ora mi chiama, i-n q-u-i-e-t-u-d-i-n-e, cos’altro rimane? Cos’altro c’è da sentire? Solo la vaga tristezza senza meta che scivolando piano piano allaga il mio cuore con tutte le sue oscure e dolcissime sfumature.

Siamo davvero cambiati? Non m’interessa neanche. Sfoglio le pagine con tutto l’amore che non ho per questa vita e i volti sconosciuti che la percorrono. Tutti senza peso, non mi toccano.

C’è solo la preoccupazione senza nome di chi deve sempre stare attento perché sa di non poter essere ed è costretto a dover pensare a come agire in accordo con l’identità che non gli appartiene. Non esiste. E la rabbia, la frustrazione di doverlo fare per qualcosa che neanche si desidera. Qualcosa che neanche si è scelto. Quale orribile condanna dover ripetere gli schemi per accontentare chi non regala quella gioia della verità di essere visti come si è.

Non poter mai uscire dal personaggio di turno, non potersi liberare di queste misere etichette che non possono contenere le moltitudini che si agitano nell’anima.

Tutto il resto scorre senza far rumore per chi è un vero abisso superficiale senza un ritorno.

Stelle molto belle e venti misteriosi mi cullano alla sera.

A loro si affidano le preghiere di vetro, i profumi lontani e le parole magiche: sì, lasciamole andare queste cose, libere tra i suoni lontani dell’universo e i silenzi delle geometrie sacre delle piccole luci che ci piace contemplare… ma tu lo sai cosa vuol dire Sacro? Sì? No? E alla fine neanche m’importa che tu lo sappia. Ma che domanda è? Sento la stanchezza di recitare, la noia di essere presente tra questa folla come un vero dolore.

Se solo esistesse qualcuno in grado di sintonizzarsi sulle mie onde disperse per un attimo. Basterebbe un solo attimo di armonia cosmica per farmi risuonare come una festa senza fine.

Apro la finestra: dentro la stanza non c’è nessuno, fuori neanche. Non c’è mai stato nessuno, in verità. Ora lo so con quella certezza che solo la morte alla fine regala.

Apro il libro che mi guarda abbracciato alle ombre del letto e leggo:

“[…] Ho una intima paura dei gesti da abbozzare, una timidezza intellettuale delle parole da dire. Tutto mi sembra sordido in anticipo. L’insopportabile tedio di tutti questi visi, ebeti di intelligenza o della mancanza di essa, grotteschi fino alla nausea da quanto sono felici o infelici, orrendi perché esistono, marea separata di cose vive che mi sono estranee…

[…] Tante volte,tante, come ora, mi è stato grave sentire che sento; sentire come un’angustia, solo perchè è sentire, l’inquietudine di stare qui, la nostalgia di un’altra cosa che non si è conosciuta, il ponente di tutte le emozioni; sentire ingiallirmi consunto dalla cinerea tristezza nella mia coscienza esterna di me.

Ah, chi mi salverà dall’esistere?

Non è la morte che voglio, nè la vita: è quel qualcosa che brilla nel fondo dell’inquietudine come un diamante possibile nel fondo di un pozzo in cui non si può scendere.”

Chi mi salverà? Nessuno. Solo io, forse Dio… e in tutta questa confusione vedo solo un nuovo sogno ad occhi aperti passeggiare tra le strade calde di Lisbona e il mio sognatore inquieto, il mio eterno innamorato blu: l’oceano, solo la sua musica, la mano invisibile degli astri profondi, non mi lascia annegare su questa terra ferma.

Incontro

Non riesco a pensare nel dubbio.
Non so se vivo più nelle tue parole o nelle mie.
Per pensare alle cose bisogna esserci vicino ma non troppo.
Una volta dentro puoi solo sentirle.
Mi lascio consolare dal gusto del niente e del sempre nuovo, ora che ormai tutto passa.

Di notte, nel mio letto, leggo i canti di Davide nella speranza di imparare anche io, quale sia questa corda che piace tanto al Signore e il sabato faccio il pane e accendo candele e sorrisi per tutti.
Prego tanto e faccio le meditazioni del sonno e della morte. Sto diventando molto brava in tutto questo. Seguo la musica nell’aria. Digiuno e mangio mele rosse. E poi, si parla attraverso il vento e spero lui possa sentirmi.

Non c’è eppure c’è. La mia anima è sempre irrequieta. La voglia è di qualcosa di cui non conosco ancora il nome ma invoco.

Ho sognato il mio animale preferito correre tra boschi meravigliosi e nuvole bianche, nuvole nere e nuvole bruciate dal sole.
Libero e così bello. Molto dolce.
Io dormivo su un letto di edera selvaggia che mi teneva stretta, mi sono persa e mi sono ritrovata. Ma io volevo perdere solo i limiti che mi soffocano. Non so se ho poi compreso qualcosa di nuovo, ma sento che qualcosa di nuovo è rimasto in me.

Sono così agitata, molto agitata di vita e tranquilla di animo.

Vorrei uscire la notte e venire da te. Vorrei travolgerti come un incidente mortale e poi farmi perdonare, chiederti scusa per non avere avuto il coraggio, per la noia, per la parte di me che avevo sepolto in tutto quel disordine intellettuale sulla mia scrivania. Stavo male, un male strano, un male rigido e noioso. Anche adesso mi vesto di errori e cose inutili ma prima ero caduta o forse mi ero infilata in una cornice di legno troppo ruvida al tatto e troppo leggera sul cuore. O forse mi ero solo dimenticata di essere ancora viva. Perdonami. Scrivo che vorrei chiedere scusa a te, ma in realtà io non so più come chiedere scusa a me stessa. Proprio io che perdo sempre tutto non riesco a liberarmi di quello che vorrei aver già perduto. E così ho perso te. 

Ma ora sento un potere così forte, mi da i brividi su tutto il corpo.
Oh, questo potere lascialo crescere nel cuore. Non sprecarlo e non farne mostra vana. Mi ripeto. Lo conservo.

Una sera ho pianto. Adesso piango, anche sul treno mentre guardo i paesaggi che scappano via con i miei pensieri. Prima ero troppo traumatizzata, pensavo che non avrei pianto mai più. Non ho ricordi di alcuni periodi della mia vita. Me ne accorgo da quelle canzoni e da quei profumi che sbucano dal nulla e mi creano delle scosse sismiche interiori lente e oblique, simili a quelle di quando si ricordano le vite passate: mi vedo da fuori mentre aspetto seduta sotto il sole, ti racconto di quella sera a Torino mentre fotografo le macchine dalla finestra come in quella canzone dei Doors, tu la conosci e sorridi. 

E poi vado ad una festa e ci sei anche tu. Il buio. Il vino. Guardo le stelle. Come brillano. 
Non riesco a parlarti, una lacrima sul mio viso, le tue mani che l’asciugano, il vento che si muove tra gli alberi e io, io non respiro più perché sento le tue mani scivolare addoso a me. Io sopra di te. Tu dentro me. Non posso neanche guardarti le mani o sfiorarti gli occhi. I tuoi occhi tristi dispersi nel desiderio. Sento il sangue sotto la tua pelle che trascina i miei occhi dentro i tuoi. E io non voglio essere trascinata in questo amore. L’aria diventa elettrica, forte, mi divori l’anima. Non possiamo farlo neanche nella mente. Troppi sospiri. Troppo dolore. Troppo piacere. Troppi sorrisi e lacrime. Semplicemente troppo.

Noi stretti dentro una rete, così stretti che la fortuna ci guarda, la fortuna, la fortuna, è come morire.

No, io me ne vado via.
Passa tutto, passo anche io stasera. Ciao.
Ora respiro, io non respiro mai.

Vaffanculo.

Non mi piace scrivere le parolacce, ma l’ho detta e così la scrivo perché mi sono promessa di essere più sincera e più spontanea. Come una psicoterapia magica.

Non ho distrutto per costruire altre cose superflue. È una promessa.

Ogni anima che si incontra, si incontra per un motivo, anche per capire che non c’è questo motivo.

Non è colpa mia se ti ho fatto soffrire, non ce la faccio, posso pensare solo a me stessa per prendere aria e respirare. Voglio essere libera, tu non puoi capire ma solo così posso imparare a distinguere. Non c’è per esserci. Un giorno capirai, mi dico.
Sfioro il mio libro di poesie: la vita è tutto solo un sogno. Mi dice.
Gioco, seguo la strada, ho paura, non ho paura, il vento soffia sempre forte oppure sta lì fermo, io sorrido comunque, è il mio voto.

Per i tuoi occhi blu scuri 

Quando chiudo gli occhi mi sorprendo di ritrovare i tuoi ad aspettarmi.

Non ero preparata. 

E per questi tuoi occhi tristi ringrazio il cielo. Mi hai sfiorata appena e subito un tremito vago, un mistero dimenticato mi ha ridato la vita. 

Chissà se anche tu mi aspetti per sognare. Ma io non dormo da quando per i tuoi occhi notturni, mi sono svegliata. 
Sì, se solo tu potessi sapere come la tua voce si è mossa dentro me. E poi… 

Mi baci tu, nessuno mi aveva mai baciata così prima di te. Io ti stringo troppo forte e dopo mi allontano, non lo sai,  ma le tue mani così dolci bruciano su di me. Ti guardo fredda e faccio finta di niente, ma tu sorridi e io mi sento morire. 

Se solo mi fossi abbandonata, anche solo una notte, ti avrei coperto di parole d’amore che nessuna prima ti ha mai detto.

Ma non ho avuto il coraggio. 

Solo segreti e sospiri tra noi. 

Sospiri.

Tutta la notte Amore mio.  

Stelle 

Il profumo del gelsomino vibrava nella notte mentre sulla riva del mio mare, l’estate si addormentava. 

“Se mi respiri ancora un po’, i miei occhi cominceranno a  a vederti arrivare nel buio anche da lontano.”

Invece li ho chiusi e ora ricordo il nostro primo bacio, le tue stelle tra le mie onde.

μυστήριον – Mia notte.

Sono la porta che non si conosce.
Dolce silenzio, la mia bocca ha fame di tutti i tuoi sogni.
La mia anima è il miele che nutre la tua curiosità.

Vedo i tuoi occhi come il buio del cielo colmo di stelle.
Quando conoscerai il tuo vero nome.
Vieni ad attraversami.
I miei segreti sono come i fiori.

Il mio più bello sarà tuo.

Como Yo

L’Havana è una donna dolce e bellissima che ha perso il lavoro e non sa fare niente. Cuba è un uomo idealista e carismatico che la solitudine e la povertà non sono riusciti a cambiare.
Chi può biasimarli delle loro azioni?
La vita non deve avere un senso, ma se lo dovesse avere potrebbe essere una sera d’estate all’avanguardia. Immaginate:
voi ora siete in una stanza quadrata, da lontano il mare vi osserva, perché ci si illude di poter guardare il mare ma è sempre lui che guarda noi. 
Fuori il canto delle cicale in una notte d’estate. E una musica.
Un ritmo lento, forte, irreale che giunge da qualche angolo della strada, note sparse, ogni nota un istante, un odore, u
n dolore.
Siete irrequieti. 
Respirate, uscite nel caldo della notte, è un caldo complice che non vi fa sudare ma non vi lascia neanche dormire, intorno a voi solo il profumo di fiori, di mare e di donne.
Nel buio, una ragazza esce da una casa all’improvviso. Vi viene incontro. Vi sorride.
Quando la vita vi sorride voi che fate, sorridete anche voi o ringhiate?
I fiori alla sera, l’odore del mare, il sonno e l’amore sono le cose che più di ogni altra riportano un uomo alla vita prima della vita e,  forse, se anche gli uomini potessero sentire l’odore delle loro vite dall’esterno, cambierebbero musica e non ringhierebbero più alle ragazze che sorridono nel buio.

Orizzonte 

Se solo avessi vicino a me la tua mano come il vento caldo che accarezza la terra, la vibrazione della tua anima, mi farebbe chiudere gli occhi e così più nulla dentro di me sarebbe così grave ed incerto.

Ma come fare, come spiegare il freddo e il fuoco? Come mostrare la struttura non conforme, la bizzarra inadeguatezza posta a fondamento della nostra forza e della nostra tenerezza? La luce, il buio? Tutta questa dolcezza selvaggia e oscura?

Non si risponde, ma  credo che sia meglio andare, senza voltarsi e senza mai scappare. Come, più o meno, dice una poesia di qualcuno che adesso non ricordo: “io rimpiango le emozioni che non provo, il cuore che non batte, le cose che non faccio, i baci che non posso dare, le persone che non incontro, le paure che non ho, i sogni che non mi illudono più, le vite che non vivo”. 

Ma amore mio, se ogni tanto sogni anche tu di essere perduto, se ti lasci naufragare nelle sere d’estate, se ricordi ancora i miei occhi mai stanchi di fissare la tua oscura dispersione, come le stelle fissano il cielo alla notte, non piangere, ma stringimi forte nel buio dietro gli occhi e lascia che siano i lamenti di questo amore scordato e fuori tempo, trasportati da questo strano vento, a far piangere l’orizzonte per il suo vuoto.

Vento 

Il freddo di questa notte mi parla del pensiero più grave.

Lo so, mi culli come un vento senza nome, io ti sento perché la mia finestra è sempre aperta per te.

Piano, soffi fino a chiudermi gli occhi.

La luce buia è il sogno che tra i brividi accende i colori più segreti di questa notte che mi abbraccia senza la mia volontà.

Tutto scorre, tutto muore ma io resto ferma ancora un po’a nascondermi in questo abbraccio.

Se

Se mi perdo

Corro da te
tu tienimi stretta per un po’ 

la tua mano è il buio di un sogno
La luce di un’idea che accarezza il centro dell’anima 

senza un colore, senza forma
senza neanche verità

Quando mi cerco e non mi trovo
Quando mi guardo e non mi vedo
Quando spero e non ci credo

Sussurro a te

Tu che puoi tutto
tienimi stretta forte forte 
ferma questo tempo
dilata lo spazio di queste prigioni quadrate che divorano le nostre vite. 

Io pensavo di essere di più ma volevo essere altro, io pensavo di essere di meno ma non volevo essere altro. 

Ti prego tu non mi dimenticare
così saprò chi sono quando ti cerco  

Sognerò su di te ancora un po’
e finché tu mi respiri da lontano 
la mia anima troverà la strada

Signore, cantami ancora nei tuoi sogni che sono tutto ciò che ho amato, non chi ha amato me, chi mi ama o mi amerà.